Lo vedo attraversare davanti a Porta Nuova e in dieci secondi gli attribuisco quattro biografie. Nessuna confermata.
Forse è questo il nostro modo di guardare gli sconosciuti: non li osserviamo, li completiamo.
Arriva dalla direzione dei Sambuy. O almeno così mi sembra. Ha i capelli lunghi, un deambulatore blu, una borsa di carta della Flying Tiger infilata nel cestello e una scritta sulla schiena che sembra appartenere a un'altra vita.
A quel punto la mente si mette al lavoro: ex poliziotto (improbabile), senza dimora (facile), pensionato eccentrico. Reduce di qualcosa che non saprei nominare. Ogni dettaglio ne conferma una e ne smentisce le altre.
Le città sono piene di persone che non conosciamo. Eppure passiamo il tempo a costruirne versioni provvisorie. Ci basta una direzione da cui arrivano. Un modo di camminare. Una maglietta. Una borsa. Un cane al guinzaglio. Non per capire chi siano davvero ma per rassicurarci. Per trasformare l'imprevisto in una categoria.
L'uomo attraversa i binari del tram senza fretta. Non lentamente. Senza fretta, è diverso. Davanti a lui c'è la stazione. Intorno, Torino continua a produrre coincidenze, ritardi, appuntamenti, persone che corrono per recuperare due minuti. Lui procede come se avesse già raggiunto il punto in cui deve andare.
Scatta il verde e sto ancora cercando di capire chi sia. Lui invece sembra non avere alcun interesse a spiegarmelo. Forse è questa la differenza. Io ho bisogno di una storia. Lui di arrivare dall'altra parte della strada.


