Quello che colpisce non è l'uomo. È la cravatta. La cravatta ha smesso di crederci almeno due ore prima del proprietario.
Pende di traverso sul ventre come una bandiera dimenticata dopo una festa di paese. La camicia è spiegazzata in punti che sembrano geografici. La sigaretta tra le dita è accesa per inerzia amministrativa. Lui guarda il telefono con l'intensità di chi sta aspettando una sentenza o un messaggio che non arriverà.
Me lo immagino mentre intorno a lui procede un matrimonio.
Una zia chiede un'altra foto di gruppo. Qualcuno stappa qualcosa. Un bambino corre inseguito da un adulto che ha già rinunciato a educarlo.
Lui no. È fermo nel cortile come un funzionario inviato a verificare che la felicità venga distribuita secondo protocollo.
Controlla il telefono. Aspetta. Aspira. Controlla di nuovo.
Potrebbe essere il fratello della sposa. Potrebbe essere il fotografo. Potrebbe essere un imbucato del 2017 e da allora non ha più trovato il coraggio di andarsene.
A un certo punto alza gli occhi. Guarda il vuoto davanti a sé per tre secondi esatti. Poi torna sullo schermo.
Probabilmente lì dentro c'è qualcosa di più comprensibile della vita reale.


